Estetica del vuoto: città, pagine, schermi

Maggio 2025

Anch’io sogno di farlo: prendere l’auto e andarmene, di sera o all’albeggiare, per le strade di Verona

e vederle vuote di persone, cose, movimento. O anche vagare tra le colline e il lago, che sono qui a poca distanza da me, e poi salire verso le prime montagne.
Scivolare e liberarmi nel vuoto.
E poi notare tutto. Vedere ogni cosa emergere dal nulla, nitida e assoluta.
C’è un tipo di bellezza, ora, che nasce dal mondo senza di noi.
Finalmente un pieno, questo, che non confonde e soffoca, ma significa: che il pieno, spesso e invece, impedisce di vedere, riempie ma non sfama, eccita ma non soddisfa.
Il vuoto mi pare sia un’esperienza estetica che segna questo periodo e, personalmente, la trovo necessaria. Mi ricorda l’idea di sublime: ci siamo noi e attorno il nulla che è bellezza e paura, attrazione e fuga.

Questa estetica del vuoto non è estranea nemmeno alla scrittura, come forma del contenuto.

Li conosciamo bene i muri di testo, fitti di parole giustificate e in assenza di ossigeno.
Un pieno che anche qui impedisce di vedere, leggere e comprendere perché spinge alla velocità, al vagare distratto e al consumo delle parole: un’esperienza da cui scappiamo per non soffocare e a cui opponiamo, per fortuna ormai da un po’, il piacere dello spazio lasciato bianco.

Il vuoto che circonda le parole e le frasi, nelle pagine di carta o nel web, esalta, sottolinea, rinforza e parla.

Aria, pausa: il vuoto nella scrittura concede tutto questo.
Sicurezza: le frasi nello spazio libero affermano senza sforzo.
Rispetto: il testo e il vuoto si alternano offrendo al lettore il tempo per ritrovarsi tra le parole.

Potrebbe, tutto questo, diventare un riferimento a cui prestare attenzione nella comunicazione del presente e dei giorni a venire, e aiutare le riflessioni e i manifesti condivisi tra professionisti?
Nulla di definitivo, ma a sostegno dello spazio vuoto in scrittura ecco delle suggestioni:

Il vuoto facilita una comunicazione non urlata, ma anche una scrittura in sottrazione dove si usano meno parole ma più autentiche.
E poi il vuoto argina le insistenze comunicative, ma anche ricerca l’equilibrio tra pressione e presenza.
Infine il vuoto non è altro che lo spazio comunicativo in cui incontrarsi e raccontarsi: si parla di sé, anche come brand, e si ascoltano gli altri anche quando sono i clienti.

Le città, la sera, senza auto o persone pulsano di una vita che stupisce e consola, forse si fanno metafora di un ritorno a scrivere contenuti in cui togliendo si fa parlare, sul serio, il senso.

E io, a dire il vero, spero che il troppo pieno comunicativo e urbanistico tardi a tornare.